Lo sapevate che una delle prime femministe della storia fu nientemeno che Mahapajapati Gotami, zia e madre adottiva del Buddha? Nemmeno noi. L’abbiamo scoperto di recente e ci è sembrata una storia bellissima da raccontare.

Chi era la zia del Buddha

Mahapajapati Gotami (in sanscrito Mahāprajāpatī Gautamī) era la sorella della regina Maya di Sakya, la madre naturale del Buddha storico. Entrambe le sorelle erano spose di re Suddhodhana.

Maya rimase incinta per prima e diede alla luce il principe Siddharta, colui che in seguitò rinunciò agli agi della corte reale per diventare un monaco, il Buddha i cui insegnamenti sono alla base della religione buddista. Ma la donna morì sette giorni dopo aver dato alla luce il piccolo.

A fargli da madre fu la zia Mahapajati, che secondo la leggenda per prendersi cura di lui fece crescere il suo stesso figlio, nato successivamente, da una serva.

Impressionata dalla trasformazione spirituale del figlio adottivo, Mahapajati fu anche una delle prime seguaci della nuova religione.

volto del buddha

La prima marcia femminista della storia

Più di 2500 anni fa la zia del Buddha guidò la prima marcia femminista di cui sia rimasta testimonianza storica.

Alla morte del re suo marito, Mahapajati, allora già settantenne, decise di dedicarsi interamente alla vita religiosa e chiede al figlio adottivo di istituire un ordine di suore buddiste che permettesse anche alle donne di raggiungere la piena capacità spirituale. Ma il Buddha rifiutò.

Convinta della propria scelta, Mahapajati chiese ancora e ancora, ma ottenne sempre un rifiuto, senza spiegazioni del perché.

La donna fu devastata dal dolore ma non si perse d’animo. Presto scoprì che molte altre donne avevano il desiderio di coltivare la propria spiritualità: ben 500 donne si unirono a lei per supportare la sua richiesta. Il loro sostegno diede nuova forza e convinzione al desiderio di Mahapajati, che lo volle rendere evidente rasandosi i capelli e indossando una tunica gialla, proprio come i monaci. E lo stesso fecero le altre 500 donne.

Si formò così un insolito corteo, deciso a raggiungere il monastero di Jetavana presso cui il Buddha insegnava. Lungo il percorso, di 360 o 500 miglia (le fonti sono discordanti sulla cifra), queste donne rasate e vestite di giallo attirano folle incredule alla vista di un gruppo così folto e così particolare.

Mahapajati e le sue seguaci arrivarono al monastero stremate, sporche di polvere e con i piedi sanguinanti, ma ancora determinate a ottenere il permesso del Buddha di dedicarsi interamente alla vita spirituale.

Furono ricevute dal monaco Ananda, cugino del Buddha nonché uno dei suoi principali discepoli. Esterrefatto nel vederle fisicamente provate, Ananda si chiese la causa del loro stato. Mahapajati raccontò i dettagli della richiesta già fatta al Buddha e affermò di non accettare un altro no. Ma ancora non aveva capito quale potesse essere il modo giusto per approcciare il Buddha e chiedere nuovamente l’istituzione di un ordine monastico per le donne.

Ananda fu colpito da tanta passione e si offrì di parlare al Buddha per perorare la loro causa. Ma anche ad Ananda il Buddha rispose “no”, più e più volte.

Dopo tanti rifiuti, Ananda chiese al Buddha: “Può una donna raggiungere l’illuminazione e ottenere la gioia della santità?”

“Sì”, disse il Buddha.

“Allora perché non può essere una suoraP”. E con questa frase di Ananda il Buddha fu convinto.

Venne istituito il primo ordine di suore buddiste. Mahapajati Gotami divenne la prima suora buddista e la guida spirituale delle 500 donne che l’avevano seguita in quella che si può considerare la prima marcia per i diritti delle donne nella storia.

Le condizioni imposte alle donne furono più dure rispetto a quelle imposte ai maschi. Gli anni di studio erano due anziché uno; nessuna suora, non importa il grado di anzianità, poteva consigliare o istruire un monaco, anche se più giovane e inesperto; doveva seguire le regole dell’ordine femminile e di quello maschile e chiedere consiglio solo a un monaco maschio. La sede di un monastero femminile doveva trovarsi ad almeno 6 km da un monastero maschile.

Ma, nonostante le dure condizioni, Mahapajati Gotami riuscì nel suo intento.

donna indiana

Cosa ci insegna la zia del Buddha

Le vicende di Mahapajati Gotami sono storicamente documentate ma alcuni aspetti rimangono avvolti nella leggenda. Ciò che ci piace ricordare di questa storia è la forza di volontà di una donna che non si è arresa davanti a ripetuti “no”.

La sua vicenda ci ricorda come sia possibile lottare -pacificamente- per l’ottenimento di uguaglianza e libertà.

Ancora oggi le donne in tutto il mondo devono lottare per l’uguaglianza e contro la violenza: Mahapajati Gotami ha aperto una strada che, purtroppo, è ancora lunga da percorrere. Ma il suo esempio guiderà le scelte delle donne – ma anche degli uomini – che non si arrendono alle ingiustizie.

marcia femminista