Nonostante sia parte integrante della cultura e dell’identità di un paese, la musica viene troppe volte relegata nei programmi di viaggio in Indonesia a qualche concertino o spettacolo di danza della durata di mezz’ora o poco più. Magari organizzati in modo tale che i turisti non debbano nemmeno uscire dall’hotel.

Peccato. La musica è capace di portarci oltre la superficie dei luoghi e delle persone che li abitano: perché non ascoltarla? In senso fisico ma anche metaforico. Non serve un ascolto critico, da intenditori, per lasciarsi emozionare da una melodia sconosciuta e farsi portare in territori sconosciuti: è sufficiente la curiosità.

Ce lo conferma un’esperta, Ilaria Meloni, un’etnomusicologa italiana che ha vissuto in Indonesia per circa sette anni e ha condotto una ricerca sulle cantanti del teatro d’ombre giavanesi. Per Ilaria la ricerca è una professione ma anche un’attitudine alla vita.

L’abbiamo intervistata per fare un po’ nostra questa sua visione… o forse è più giusto dire… questo suo ascolto!

ilaria meloni etnomusicologa a giava

Ciao Ilaria, raccontaci un po’ di te. Tra tanti possibili ambiti di studi cosa ti ho portata a scegliere l’etnomusicologia e in particolare la musica giavanese?

L’incontro con la etnomusicologia è stato casuale e abbastanza d’impatto. Studiavo Letteratura Musica e Spettacolo all’Università La Sapienza di Roma e avevo preso l’indirizzo musicale. Il mio tutor della laurea triennale mi consigliò Etnomusicologia come esame a scelta per il mio percorso di studi. All’epoca io non sapevo neanche cosa significasse!

Mentre frequentavo il corso l’ambasciata indonesiana organizzò un workshop di musiche e danze giavanesi. Ci andai per curiosità. Fu amore a prima vista. Mi innamorai di tutto: i suoni, l’atmosfera, i gesti rituali.

Che differenza c’è tra musicologia etnomusicologia?

L’etnomusicologia è volta allo studio del contesto degli individui e del rapporto proprio tra la musica e l’uomo. Rispetto alla musicologia è una disciplina più collegata all’antropologia, potremmo dire che l’etnomusicologo è una specie di antropologo della musica.

Come sei arrivata a fare ricerca sul campo in Indonesia?

L’Università La Sapienza aveva fatto un accordo con l‘Istituto delle Arti Performative di Yogyakarta e grazie a quell’accordo metteva a disposizione una borsa di studio. Io fu la prima del mio dipartimento a fare domanda. Vinsi la borsa di studio e nel 2013 partii per l’Indonesia. Partii da zero, senza sapere la lingua e con un inglese piuttosto basico.

Eri già stata in Indonesia prima di andarci per la tua ricerca?

No, non c’ero mai stata.

Quanto sei rimasta?

L’idea iniziale era rimanerci quattro mesi, poi ho esteso a sei, poi un anno, poi ho preso un’altra borsa di studio. Da lì ai sette anni successivi mi sono inventata di tutto e di più per rimanere. Sono dovuta tornare in Italia a causa della pandemia, nel frattempo m’è scaduto il visto, il permesso di soggiorno… però spero di poter tornare presto.

Te lo auguro di cuore!

Con questa intervista mi piacerebbe che ci introducessi al mondo pressoché sconosciuto in Italia della musica giavanese, partendo però da molto lontano. Come prima cosa vorrei chiederti qual è la differenza più marcata, o più evidente, tra la musica europea e la musica asiatica?

Cercando di non andare troppo nel tecnico si può dire che una differenza basilare è l’organizzazione del suono. Noi europei abbiamo il concetto di armonia, un’organizzazione più verticale del suono. Gli asiatici hanno il concetto di eterofonia che significa variazioni simultanee su una stessa melodia: per ogni brano vi è una melodia che costituisce la base da cui partire per l’improvvisazione. È qualcosa di simile al concetto del “canovaccio” a teatro. C’è molta interazione reciproca e molto scambio tra musicisti. Questa intesa tra i musicisti è quello che poi regola anche l’interazione e la realtà sociale.

Lo studioso Thomas Turino (Music as Social Life, 2008) parla a questo proposito di musica partecipata o musica inclusiva. Non c’è uno spartito da seguire. C’è mutuo ascolto, un’intuizione e una comunicazione tra musicisti molto molto sottile. Loro la chiamano rasa che letteralmente vuol dire “sentimento”: in questo tipo di musica tu devi sentire quello che fa l’altro e basarti su quello.

Il concetto di solista non esiste, solo le cantanti ogni tanto agiscono un po’ come primedonne ma questo è dovuto alle trasformazioni che ci sono state col tempo.

Avviciniamoci un po’. Si può parlare di musica indonesiana o le tradizioni musicali nelle varie isole sono troppo diverse tra loro?

Il motto nazionale dell’Indonesia è “unità nella diversità” e questo si può applicare benissimo anche alla musica. Ci sono tradizioni musicali specifiche non solo in ogni isola, ma anche in ogni regione, microregione, città. Gli indonesiani tengono tanto a queste specificità.

Ti faccio un esempio. Nell’ambito della musica tradizionale in Indonesia c’è la cultura del bronzo e del bambù. Quindi diciamo ci sono molti ensemble di gong metallofoni e molti ensemble di bambù. Questo è un po’ quello che accomuna tutte le isole dell’arcipelago. Poi a livello di repertorio e di stile ogni isola e regione ha le proprie tradizioni. Ad esempio il gamelan giavanese è diverso da quello di Bali e da quello sundanese.

Ti racconto un particolare che fa capire quanto questa diversità sia riconosciuta anche a livello locale.

All’Accademia di Arti Performative quando studi musica non hai un solo dipartimento di riferimento, ne hai tre. Karawitan è il dipartimento dove si studia la musica tradizionale o classica giavanese, quindi musica gamelan di retaggio cortese. È una musica sofisticata, abbastanza complessa. Poi c’è Musik, che sarebbe tutto ciò che è la musica secondo la concezione eurocolta, quindi comprende la musica classica occidentale, il jazz, il rock… E poi c’è Etnomusikologi, e qui sta la cosa interessante: mentre per noi l’etnomusicologia è lo studio di tutte le musiche del mondo, in Indonesia è lo studio delle musiche dell’arcipelago. Ci sono classi sulla musica di Bali, su quella di Giava, di Sumatra…

Molto interessante! Con questo siamo arrivati all’isola di Giava. Possiamo parlare di generi e stili musicali prettamente giavanesi?

Tra le musiche indonesiane quella di Giava è probabilmente la musica più conosciuta, la più mainstream in Indonesia e anche più esportata all’estero. Viene promossa anche dal governo indonesiano per questioni storico-politiche. Diciamo che è sempre stata la più rappresentativa dell’eccellenza indonesiana. Come ti dicevo la base della musica giavanese è il gamelan, un’orchestra fatta di carillon di gong, metallofoni e di voci.

Anche le voci fanno parte del gamelan?

Sì. Io in particolare studio le voci femminili e devo dirti che stanno diventando una parte veramente importante nella musica giavanese. Fino agli anni Cinquanta le orchestre erano prettamente strumentali e totalmente maschili. Poi a un certo punto sono state introdotte le cantanti.

La storia è abbastanza lunga. Diciamo che prima erano cantanti e danzatrici itineranti, poi sono entrate a corte. Qui hanno raffinato la tecnica e sono state istruite nell’arte della musica colta. Dalle corti poi sono passate alla radio. Adesso trovi cantanti femminili che si esibiscono dappertutto, in ogni luogo e in generi musicali diversi.

Già, i generi musicali.. quali troviamo a Giava?

Possiamo trovare generi musicali diversi.

Il genere classico si basa su melodie molto articolate e scale pentatoniche. Sono diverse ovviamente dalle scale occidentali. Questo penso sia scontato però lo dico perché magari non lo è. Come dicevo prima parlando in generale di musica asiatica, tutto si basa sull’improvvisazione.

La Street Music è un altro tassello fondamentale del panorama musicale giavanese. Rappresenta
il paesaggio sonoro della città. Le città a Giava sono invase da una varietà di suoni. All’inizio per noi occidentali è scioccante sentire così tanti suoni insieme: orchestre di gamelan, musicisti di strada, la musica di bambù, il pop, il folk, le commistioni tra pop e musica tradizionale… Ci vuole un po’ per distinguere i suoni da quella che sembra una grande confusione.

Per molti turisti “musica indonesiana” è sinonimo di musica da sottofondo per un trattamento spa. Qual è la prima situazione personale o sociale che invece tu associ alla musica tradizionale giavanese?

Premetto che la musica da spa unisce le sonorità di Giava Occidentale e di Bali che sono le più orecchiabili e probabilmente per questo sono le più diffuse. Il fatto che le usino per le spa non è un caso: queste musiche hanno una forte componente di calma e rilassatezza che si adatta perfettamente a un luogo deputato al benessere. In passato erano anche legate a pratiche ascetiche di meditazione e questo in parte è rimasto, ancora oggi suonare queste musiche fa un po’ lo stesso effetto della meditazione. L’ho provato anch’io quando ho iniziato a cantare qui. Da questo punto di vista quindi associare le musiche di Giava o di Bali alle spa non è sbagliato.

Fatta questa premessa, direi che non c’è una particolare occasione sociale che mi viene in mente. La musica di per sé è l’occasione sociale.

Dicevamo prima che un elemento importante della musica giavanese è l’ascolto, e in relazione a questo la condivisione. L’ho vissuto anche nella mia esperienza personale. Non  ho mai suonato musica da sola: qui non esiste che ti chiudi in camera a suonare. Mi è capitato persino di ritrovarmi su un palcoscenico di teatro d’ombre esapendo mezzo brano… mi hanno messa sul palco per fare pratica, qui si usa così.

poesie in viaggio

Non è inusuale per i viaggiatori leggere libri sui paesi che andranno a visitare mentre è poco comune prepararsi a un viaggio ascoltando musica etnica. Secondo te è dovuto a un problema di reperimento di materiali o al fatto che non viene riconosciuto alla musica lo stesso valore culturale dei libri?

Ci sono diverse ragioni. In primo luogo c’è un problema di divulgazione e informazione. Seppur meno rispetto al passato, è ancora molto difficile trovare ascolti adatti se non si viene guidati da un esperto. Cercando semplicemente “musica indonesiana” su Youtube probabilmente non si trova materiale interessante. È necessario sapere cosa cercare.

In secondo luogo la musica rispetto al libro risulta più di nicchia perché c’è un’idea diffusa per cui se ascolti qualche musica “altra” sei un intenditore. In realtà no. I linguaggi musicali parlano a tutti perché hanno una componente emotiva che è molto diretta. Per leggere un libro in una lingua straniera occorre sapere quella lingua. Una melodia invece ti piace o non ti piace, lo capisci subito anche senza conoscere quel particolare linguaggio musicale. E poi ci sono punti di contatto anche tra musiche diversissime che ti permettono di apprezzare anche musiche che non conosci. Mia mamma si è ascoltata il rock cambogiano degli anni Sessanta e non le è sembrato poi tanto diverso dal rock che ascoltava lei negli anni Cinquanta. Dunque la musica etnica come roba da intenditori o persone colte è un pregiudizio.

Che consigli daresti a un viaggiatore che vuole “ascoltare” l’isola di Giava prima di partire per un viaggio?

Consiglio tre case discografiche: Inedit, Smithsonian Folk Ways Recordings e Ocora Radio France: tutte e tre hanno raccolte di musica indonesiana che comprendono anche musica giavanese. Ad esempio Smithsonian ha fatto una serie che si chiama Musical Indonesia che comprende 20 cd scaricabili online. C’è anche la possibilità dei mini ascolti per chi non vuole  comprare il disco e si trovano anche su Spotify.

Un altro consiglio è seguire il canale Youtube del palazzo reale di Yogyakarta. È un ottimo canale per chi è interessato alla musica classica perché è possibile ascoltare tutti gli album delle musiche che vengono registrate a corte. Altri canali sono invece dedicati a musica folk o street music.

Quando si parla di musica di altri paesi si tende a parlare al passato, a pensare solo alla musica tradizionale, dimenticando che la musica è una forma d’arte viva, in divenire. Puoi parlarci della musica giavanese al presente?

La musica tradizionale è ancora oggi una realtà viva e presente in tutti i contesti e a tutte le ore. Per musica contemporanea si intendono invece i generi nati dopo gli anni Sessanta-Settanta. C’è molta commistione con il pop, non necessariamente quello occidentale. C’è molto pop locale, ad esempio il pop coreano va tantissimo.

Esistono poi tanti generi di transizione e gli stessi generi tradizionali subiscono continue trasformazioni. Ad esempio nei teatri delle ombre prima facevano solo brani tradizionali con il gamelan, adesso vengono inseriti brani pop commistonati con il gamelan o composizioni contemporanee che riprendono un po’ il concetto della composizione nella musica colta occidentale ma sono realizzate con strumenti locali.

La musica contemporanea viene etichettata con un hashtag che significa “la musica del tempo dell’ora”. Tutti i generi che provengono dal passato rituale, mistico, mitico li ritroviamo oggi in diversi contesti, compresi contesti pop.

Esiste un genere meraviglioso chiamato dangdut. È un genere transculturale che contiene elementi di musica indiana, araba, indonesiana ed è diffuso tantissimo in Indonesia. È un po’ il loro reggaeton, non è corretto ma uso questo parola un po’ per farlo capire.

Ecco, oggi il turista che va a Giava e pensa di trovarsi solo il vecchino che suona lo xilofono si troverà a sentire una cantante che fa il dangdut.

C’è sempre per i viaggiatori il rischio di assistere a spettacoli di musica, teatro e danza organizzati a uso e consumo dei turisti. Da etnomusicologa qual è la tua opinione di questi spettacoli? Sono comunque un veicolo di trasmissione culturale, una sorta di porta aperta su un mondo sconosciuto, o invece snaturano e impoveriscono la ricchezza culturale delle forme artistiche?

Dipende da come sono strutturati e da chi li organizza.

Giava è più conservativa rispetto a Bali, qui anche le musiche per i turisti rispecchiano molte realtà locali. Io consiglio di andare a vedere gli spettacoli organizzati dal palazzo reale di Yogyakarta: sono un’ottima introduzione a quella che è realmente la musica giavanese, con qualche accorgimento pensato per renderli fruibili al pubblico straniero. Ad esempio la durata viene ridotta. Nessun turista rimarrebbe ad assistere allo stesso spettacolo dal tramonto all’alba! È un primo approccio molto interessante.

Bali è un discorso diverso. A un certo punto a Bali sono stati creati musiche e spettacoli appositamente per i turisti, ad esempio la danza del fuoco. Tutto il resto delle arti balinesi è rituale e solitamente è più privato. Ad esempio per vedere uno spettacolo delle ombre a Bali occorre partecipare a una cerimonia in un tempio ed è necessario essere invitati. Si tratta di una cerimonia sacra, non può partecipare chiunque. Quindi gli spettacoli di teatro delle ombre per i turisti vengono fatti in un hotel, in inglese, con la musica registrata e durano mezz’ora. Non c’è niente dell’esperienza originale e questo a me fa piangere il cuore.

Ci dev’essere una giusta mediazione, senza arrivare a snaturare completamente l’esperienza.

Puoi darci dei consigli per scovare spettacoli a cui invece partecipa la gente del posto? Magari addirittura degli indirizzi?

Agli spettacoli del palazzo reale di cui ti parlavo prima ci va anche gente del posto. Un’altra buona soluzione sono gli spettacoli organizzati da Kathryn Emerson a Surakarta. È una studiosa americana che sta lì da vent’anni. Assieme ad alcuni artisti locali ha creato un format di spettacoli con traduzioni simultanee in inglese. Lo spettacolo tradizionale viene solo un po’ accorciato ma per il resto rimane invariato. Gli artisti sono locali. Il ponte linguistico permette ai turisti stranieri di apprezzare di più lo spettacolo.

Il trucco per scovare altre occasioni è chiedere alla gente del posto ma non alle agenzie turistiche. Meglio rivolgersi a espertilì nel luogo. Ci si può rivolgere all’Istituto di Arti Performative al Palazzo Reale o agli enti che si occupano di promozione della cultura a livello locale e non di promozione turistica. Oppure ci si può rivolgere a persone come Kathryn o come me.

Il tuo lavoro di ricerca sulle cantanti giavanesi ti avrà certamente portata in luoghi ignorati dai turisti. Puoi raccontarci un luogo, un incontro o una situazione a cui difficilmente un turista può accedere e che secondo te ti ha fatto conoscere più in profondità l’Indonesia?

Di questi racconti ho diari pieni! L’esperienza che forse mi è rimasta più impressa sono i mesi che ho trascorso in un villaggio rurale di Giava centro-occidentale. Il villaggio è situato in un’area in cui ci sono tradizioni di musica di gamelan di bambù considerate molto più grezze rispetto a quelle dei centri cortesi. Io ero andata per fare una ricerca sulle cantanti di questo stile un po’ più rurale e sono stata ospitata da una cantante danzatrice.

Nei mesi in cui ho vissuto con lei e la sua famiglia mi sono adeguata alla vita di villaggio. Mi svegliavo con loro alle 5 del mattino, facevo colazione con riso, pesce affumicato e salsa piccante, aiutavo le donne a cucinare per le feste, intrecciavo foglie di palma. La sera si suonava con tutti i musicisti, si andava anche in altri villaggi. Lei mi ha dato lezione di canto e di danza. Mi avevano dato un nome locale, ero diventata una di loro.

Questo con tutte le difficoltà del caso. Tipo lavarsi con l’acqua fredda del pozzo, svegliarsi con una tarantola, il terremoto, nessuna privacy… In quelle situazioni se hai spirito di adattamento e di partecipazione ti apri totalmente a quello che è il contesto. Andarsene è un dolore ogni volta, l’ho vissuto qui e m’è capitato anche in altri villaggi.

Magari come turista riesci a vederli i villaggi, ma non li vivi. Questa è la differenza.

Se volessimo ideare un itinerario di Giava a tema musicale, quali sono i tre luoghi che non dovrebbero mancare nel programma di viaggio?

Farei un itinerario dall’ovest all’est. Partirei dall’area della Sunda (Giava occidentale), dove fanno la musica sundanese. Il capoluogo è Bandung, dove c’è un istituto di arti performative. Potrebbe essere interessante inserire nell’itinerario anche qualche villaggio vicino.

A Giava centrale visiterei sia Surakarta che Yogyakarta. Sono due città diverse ma per me sono sorelle, hanno un po’ lo stesso stile musicale.

A Giava orientale mi concentrerei sull’area di Banyuwangi, che è l’ultima parte di Giava di fronte a Bali. Musicalmente è un’area molto densa, le tradizioni musicali sono un mix di Giava e Bali. Lì purtroppo è più ostico arrivarci e cavarsela da soli, ma merita di essere inserita in un itinerario musicale.

Nel tuo blog scrivi: La ricerca diviene un fine e non un mezzo, non è più importante cosa trovare ma, come direbbe Kerouac: “L’importante è andare”. Questo vale solo per i viaggi di ricerca o è anche la tua visione dei viaggi personali?

È una visione di vita. Secondo me l’mportante è avere sempre curiosità in tutto e non fermarsi mai alla superficie. Si può continuare a fare una ricerca continua su tradizioni, luoghi, contesti ovunque, anche in un piccolo paesino. Immagina di essere sempre su un treno di corsa e raccogliere continuamente impressioni, immagini, suoni, esperienze. Non importa dove passa il treno, anzi pIù sperduto è il luogo, più uniche sono le informazioni raccolte. Alcune informazioni rimangono impresse su un supporto fisico e possono essere divulgate, altre rimangono impresse nell’animo e ti accompagnano nei tuoi viaggi futuri.

La mia attitudine alla vita dunque è questa: non si è mai fermi, non ci si stanca mai e non si è mai soli.

Per saperne di più

Per racconti di viaggio e consigli d’ascolto segui Ilaria nel suo blog Gongnroll.

ilaria meloni etnomusicologa a giava